Lo sviluppo
scientifico
dell’astroarcheologia
all’inizio
del ’900
venne
ispirato da
un uomo, sir
J. Norman
Lockyer,
eminente
astronomo e
scienziato,
fondatore e
per ben
cinquant’anni
curatore
della
rivista
«Magazine»,
nonché, fra
i tanti
successi
colti in una
lunga
carriera,
accreditato
anche della
scoperta
dell’elio.
Nel marzo
del 1890
Lockyer,
all’epoca
cinquantatreenne,
nel corso di
una vacanza
in Grecia,
venne
colpito nel
constatare
il diverso
orientamento
fra il
vecchio e il
nuovo
Partenone e
dai cambi di
direzione
degli assi
di
allineamento
di altri
templi, come
per esempio
quello di
Eleusi.
Avendo in
testa il
concetto
tradizionale
che le
chiese
venivano
orientate
nella
direzione
del sorgere
del sole nel
giorno
festivo
dedicato al
santo
patrono
dell’edificio,
immaginò che
la stessa
cosa potesse
valere per i
templi dei
greci e
degli egizi.
Per
verificare
questo
presupposto
raggiunse
l’Egitto,
dove si
fermò dal
novembre del
1890 al
marzo
dell’anno
successivo,
quando
rientrò in
Inghilterra
allo scopo
di opporsi
nel nome
della
scienza al
trasferimento
della Tate
Gallery in
Exhibition
Road, pronto
a tornare in
Egitto a
dicembre, a
missione
compiuta.
Le sue
ricerche
evidenziarono
che gli
antichi
templi egizi
erano
rivolti in
direzione
del sorgere
e del
tramontare
di certi
corpi
celesti in
determinati
momenti
dell’anno.
Per esempio,
il tempio di
Amon-Ra a
Karnak, «le
più maestose
rovine
archeologiche
del mondo»,
presentava
un asse di
allineamento
lungo 458 m,
orientato a
nord-ovest e
inclinato di
26° verso il
tramonto del
solstizio
d’estate.
Nelle sue
osservazioni,
Lockyer
annotò che
in questo
particolare
giorno
dell’anno
1891
soltanto la
parte destra
del sole
calante
risultava
visibile.
Calcolando
il rateo di
cambiamento
nell’inclinazione
dell’ellittica,
Lockyer
scoprì che
solo nel
3700 a.C.
gli ultimi
raggi del
sole
calante,
interamente
visibile,
avrebbero
potuto
penetrare
nel
santuario
interno
posto al
termine del
lungo asse
di
allineamento
– santuario,
inoltre, i
cui ingressi
via via
sempre più
stretti gli
fecero
venire in
mente il
diaframma di
un
telescopio.
Altri templi
risultavano
allineati
con
determinate
stelle al
loro sorgere
o tramontare
ai poli nord
e sud nel
corso della
notte, così
da essere
utilizzate
come «stelle
orologio»
per segnare
il tempo,
oppure, nel
caso di
quelle
eliacali,
esattamente
un’ora prima
dell’alba
dei giorni
di festa,
annunciando
il levare
del sole con
la
conseguente
attivazione
dei riti
preliminari.
Per esempio,
si scoprì
che ben
sette templi
puntavano
verso la
stella
Sirio,
quella
stella che
si affaccia
all’orizzonte
appena prima
dell’alba
nel giorno
del
solstizio
d’estate,
evento che
coincideva
con la piena
del Nilo e
con l’inizio
del nuovo
anno egizio.
All’obiezione
che con così
tante stelle
in cielo non
era affatto
sorprendente
riscontrare
in terra dei
templi
rivolti
verso l’una
o l’altra di
esse,
Lockyer
risposte di
aver trovato
soltanto
otto stelle
indicate dai
templi egizi
e che
corrispondevano
sempre alle
divinità
menzionate
nelle
iscrizioni
del tempio
stesso. Gli
egizi
riconoscevano
un numero
limitato di
divinità, ma
ciascuna di
esse era
venerata
sotto
molteplici
aspetti e
nomi. Stando
a Plutarco,
per esempio,
Hathor era
Iside e nel
suo tempio
di Denderah
a lei è
dedicata
l’iscrizione:
«Iside
risplende
nel tempio
del Nuovo
Anno a lei
consacrato e
all’orizzonte
unisce la
sua
radiosità a
quella del
padre Ra».
Ra è il sole
e Iside, in
questo caso
sotto il
nome di
Sothis, è la
stella
Sirio.
Lockyer
calcolò che
nel 700 a.C.
la stella
Sirio si era
levata in
perfetto
allineamento
lungo l’asse
del tempio
di Iside,
concordando
con la
datazione
attribuita
al tempio
dagli
archeologi,
e sorgendo
aveva
accompagnato
il nascere
del sole,
provando che
l’antica
iscrizione
si riferiva
a un
autentico
evento
astronomico.
Quando
Lockyer
aveva dato
inizio alle
sue
ricerche,
non sapeva
nulla in
merito alle
iscrizioni
che parlano
della
nascita del
tempio e
descrive la
cerimonia
della
fondazione:
veniva
tracciata
una lunga
linea retta
dal centro
tellurico
del
santuario
verso un
corpo
celeste
visibile
all’orizzonte,
che
rappresentava
la divinità
tutelare. In
parecchi
casi, e in
particolare
a Denderah
ed Efdu,
Lockyer fu
in grado di
riconoscere
la stella in
questione e
così,
risalendo al
momento in
qui quel
certo corpo
celeste si
trovava
allineato
con l’asse
del tempio,
di stabilire
la data
della
fondazione.
All’inizio
del 1893
Lockyer
tornò in
Egitto, dove
venne messo
al corrente
dei
risultati
delle
osservazioni
astronomiche
eseguite
presso i
templi dal
capitano
H.G. Lyons
(già
direttore
del Museo
delle
Scienze),
incaricato
dal ministro
dei Lavori
Pubblici
egiziano di
collaborare
alle
ricerche di
Lockyer.
Grazie anche
a questi
dati,
Lockyer
redasse il
libro The
Dawn of
Astronomy,
pubblicato
nel gennaio
del 1894.
Venne
accolto con
reazioni
contrastanti;
i suoi
calcoli
furono
oggetto di
molte
contestazioni,
mentre gli
archeologi
sollevarono
contro le
sue tesi una
violenta
opposizione.
Da parte sua
Lockyer si
limitò a
controbattere
pacatamente
che sarebbe
stato bello
se gli
archeologi
conoscessero
anche un po’
di
astronomia.
Stonehenge
Mentre
Lockyer si
occupava dei
templi
egizi, il
suo amico
F.C. Penrose,
astronomo e
archeologo,
faceva lo
stesso in
Grecia. Dal
momento che
per la
maggior
parte di
essi era
nota la data
di
fondazione,
il suo
lavoro
apparve sin
da subito
più semplice
ed egli fu
in grado di
dimostrare
che i templi
greci, al
pari di
quelli
egizi, erano
stati eretti
con
osservando
le stelle
che
sorgevano
eliacalmente
per
annunciare
l’alba dei
giorni di
festa. In
certi gironi
precisi, i
primi raggi
del sole
nascente
illuminavano
la statua
del dio o
l’altare
collocato
nell’aditum
del tempio.
Il testo
della ben
documentata
ricerca di
Penrose
venne
presentato
nel febbraio
del 1892
presso la
Society of
Antiquaries.
Nel 1901
Lockyer e
Penrose
rivolsero la
loro
attenzione
al sito di
Stonehenge.
Fra tutti i
monumenti
megalitici
britannici
questo
possedeva
infatti il
più evidente
risvolto
astronomico,
soprattutto
per via del
fatto ben
noto che
sorgendo nel
solstizio
d’estate il
sole si
allineava
lungo l’asse
del
monumento
che seguiva
lungo la
strada,
mentre al
solstizio
d’inverno
calava
esattamente
nella
posizione
opposta;
questi due
eventi erano
visibili dal
centro del
tempio
attraverso
lo stretto
portale in
pietra. Ma
c’era una
grossa
difficoltà,
poiché tutte
e tre le tre
coppie di
pietre,
tranne una,
che
definivano
l’asse di
allineamento
– la linea
centrale che
si allungava
nella strada
attraverso
il tempio –
non si
stagliavano
più nella
loro
collocazione
originaria,
cosa che
rendeva
ardua una
datazione
corretta.
Secondo le
misurazioni
effettuate
da Lockyer,
l’azimut
assiale
dell’insieme
(il numero
dei gradi
che
caratterizza
lo
spostamento
verso est
dell’asse
rispetto al
nord)
risultava
molto vicino
a quello
della linea
immaginaria
che da
Stonehenge
scendeva
lungo la
strada fino
a toccare un
punto di
riferimento
appositamente
collocato a
Sidbury Hill
per
ordinanza
municipale.
La stessa
linea
proseguiva
nella
direzione
opposta di
sud-ovest
verso un
terrapieno
in località
Grovely
Castle, a
circa 12 km
di distanza.
L’azimut di
questa linea
era di 49°
34’ 18’’, e
assumendo
questa
indicazione
come
approssimativamente
valida per
l’asse di
Stonehenge,
Lockyer
dedusse che
la sua
fondazione
doveva
risalire al
1680 a.C.,
che tenendo
conto
dell’incertezza
relativa del
dato
comportava
un margine
di errore di
circa 200
anni. Più
tardi si
scoprì che
le tavole
astrali di
cui Lockyer
si era
servito per
calcolare la
variazione
dell’inclinazione
dell’ellittica
erano
imprecise e
la sua stima
venne così
riportata al
1820 a.C.,
mantenendo
un margine
d’errore di
circa 200
anni. Questa
corrisponde
perfettamente
a recenti
test di
datazione al
radio
carbonio
effettuati a
Stonehenge.
Lockyer e
Penerose
presentarono
gli esiti
delle loro
speculazioni
in una
memoria
inoltrata
alla Royal
Society
nell’ottobre
del 1901.
L’anno
successivo,
in qualità
di
presidente
della
British
Association,
Lockyer ebbe
molto più
tempo da
dedicare
alla ricerca
archeologica,
tanto che
riuscì a
sintetizzare
gli
ulteriori
risultati
conseguiti
nell’analisi
dei siti
megalitici
della Gran
Bretagna in
una nuova
opera,
Stonehenge
and Other
British
Monuments
Astronomically
Considered,
pubblicata
nell’estate
del 1906. La
seconda
edizione,
uscita solo
tre anni
dopo, era
ampliata con
ulteriori
prove delle
relazioni
geografiche
fra i vari
monumenti
che Lockyer
interpretava
astronomicamente.
La
conclusione
alla quale
era arrivato
sosteneva
che i siti
più antichi
furono
eretti per
fissare il
sorgere e il
calare del
sole o il
transito di
alcune
stelle
«annunciatrici»,
che
anticipavano
l’apparire
dell’astro
nel primo
giorno di
ogni
trimestre
dell’anno
basato sul
mese di
maggio. Si
trattava dei
giorni in
cui venivano
celebrate le
feste
principali
dell’antico
calendario
celtico che
Lockyer
riteneva di
aver
ereditato
dai
costruttori
megalitici,
appuntamenti
che cadevano
nei quattro
giorni
dell’anno a
metà strada
fra un
equinozio e
un
solstizio,
ossia a
maggio,
agosto,
novembre e
febbraio.
Altre pietre
erano state
collocate
per segnare
le «stelle
orologio»,
quelle che
venivano
osservate
per valutare
l’ora della
notte. Nel
sito di
Stonehenge,
Lockyer
scoprì che
il tramonto
del sole
nella prima
settimana di
maggio e
l’alba nella
prima di
novembre
erano
indicati
dalle due
pietre
stazionarie
osservabili
dal centro
del
complesso.
Stabilito
che queste
pietre
risalivano
alla parte
più antica
della
costruzione,
Lockyer
concluse che
in origine
Stonehenge
era stato
realizzato
nel contesto
di un
calendario
maggio-novembre
e solo in un
secondo
momento
riconvertito
a tempio
solstiziale.
A partire
dal 1600
a.C.
l’osservazione
del sole ai
solstizi era
diventata
pratica
comune,
mentre gli
antichi
riferimenti
che facevano
capo al
calendario
maggio-novembre
non venivano
più
considerati.
Malgrado i
numerosi
difetti, le
non poche
inesattezze,
le deduzioni
un po’
azzardate e
lo stile
monotono e
piatto,
Stonehenge
si pone come
un vero e
proprio
nobile
monumento
all’erudizione
anche un po’
visionaria
di Lockyer.
La seconda
edizione
dell’opera
venne
pubblicata
quando
l’autore era
ormai un
settantaduenne
al termine
di
un’illustre
carriera
professionale
nel campo
scientifico
e
amministrativo.
Ciononostante,
Lockyer era
ancora un
uomo pieno
di energia.
Praticamente
da solo era
riuscito a
dare corpo e
a sviluppare
la nuova
scienza
dell’astroarcheologia,
spalancando
una visione
completamente
nuova sulla
civiltà
preistorica,
contraddicendo
le
principali
convinzioni
di fondo
dell’archeologia
del suo
tempo.
Questo
ardire non
gli venne
mai
perdonato
dagli
archeologi
professionisti,
né gli venne
mai dato
merito
sufficiente
per la
profondità e
l’originalità
della sua
ricerca e
per il
coraggio che
ebbe nel
perseguirla
con tanta
convinzione.